|
16 marzo 2006
il VHS
Di New York, ho già scritto. Partii da uno scontrino rilasciatomi proprio sotto le Torri Gemelle per ricostruire - al modo di una proustiana madeleine - quanto provai là. Ma non sempre, il poco che là vissi, ebbi in mano una telecamera. Eppure ci girai due ore di roba, poi convertite in VHS. Ci girai, mentre girai. Colla stretch limo; pedibus calcantibus; dentro il bus. Ecco, qui sotto attingo ad un canovaccio, sceneggiatura all'incontrario: mi sono rivisto le due ore di film; ho preso appunti; ora li svolgo. Senz'emendarmi dalla scabra asciuttezza ch'è stata connaturata al loro nervoso vergarli - scorrevano intanto le immagini, guai a perderne una - epperò di essi conservando la premeditata eppur immediata sintesi.
22/11/1996, è già scritto in sovrimpressione. So che vi disturba, quell'undici lì, m'astraetevene, se potete. Sopra - longitudinalmente - la sovrimpressione, tersità di cielo. Cieli così, bisogna che ci sia l'oceano ad un dipresso. Tesi, vibranti, da scattare a 50 ISO. E leggendo nella purezza, mi ricordo del clima. L'eolica sferza novembrina, non ancora il gelo. "Secco", non lo ricordassi lo declamo in sottimpressione, autoelettomi voce fuori campo. Sto sempre guardando il film, anzi gl'appunti che lo sunteggiano. Ho scritto "due orologi", eqquì posso esplicitare. Lo zoom andò ai polsi del compagno di viaggio - appena usciti dall'aeroporto Kennedy - e non potè non svelare la discordanza cromatica. Sfavillante quello al posto destro; mesto quello al sinistro. Niente di casuale. l'orologio al polso destro segnava l'ora locale, il previdente viaggiatore avendo relegato rimembranza dell'ora europea allo scialbo segnaora a sinistra. Che poi, l'ora era plurale. Le quattordici, anche se loro avrebbero semplicemente aggiunto Post Meridiem alle two o'clock. Non l'ho evinto dall'inclinazione dei raggi solari, il Kennedy non s'è ancora dotato di meridiane. Piuttosto, ancora io, autolelettomi voce fuori campo. Aspettiamo la limo, intanto lo sguardo volge al parcheggio. Golden Touch Transporter, un tre assi che al gold concede le rifiniture, il resto della fiancata sprofondato in un carico brown. Ma la limo è già arrivata, siamo già dentro. A fissare il baronetto, il mal di mare sostituirebbesi al mal d'auto: due dita di whisky, altrettante di gin: recipienti di cristallo/ sospensioni all'americana: miscela ondeggiante, se nel medley ci mettiamo la guida nervosa d'un autista portoricano. Che poi, vedersi sfilati a destra non costituisce eccezione. File parallele permesse, la norma discende da invalsa disciplina, da noi funzionerebbe meno. Mentre lo vedo, lo squallore del Bronx, dormitorii a rischio, se la mattina t'azzardi a questionare sul parcheggio, me lo confesserà più tardi un taxista. Capo a sinistra, lo skyline dell'isola, solo diluita dall'invadenza delle travi. Troppo lontani, ancora in tangenziale, lì la prospettiva è ancora viziata dai manufatti stradali. Siamo al pagamento/pedaggio, ci penserà il portoricano. Colla limo in coda, colgo annuncio sul retro di taxicab: drivers wanted /Susan. No, non vuole compagnia a letto, Susan. Vuole condividere il taxi, ammortizzare spese di gestione, la Grande Mela non fa sconti. Siamo ora in città, l'autista reitera imperterrito il rantolo. Cioè, non è lui che rantola, al di là del vetro divisorio. E' il motore, niente al di sotto di cinque litri. E niente meno d'un frazionamento in otto, niente a prescindere dalla mediazione d'un convertitore di coppia. E' così che s'esprimono i motori, oltreoceano: rantolano in accelerazione, ma non v'ingannate, non è segno di resa. Gorgogliano in rilascio, è l'epitome del vorrei ma posso. Siamom all'albergo, tocca pagare. Aquila sul cofano dietro, io che credevo fosse uno spoiler. Ascensore, sedicipianieioscendoalnono. Usted estas aqui, manco l'italiano nella piantina d'emergenza. Dentro la camera - vorrebbe essere suite ma non ce la fa - orrenda carta da parati alle pareti. Com'i fiori nel quadro, com'i quadretti sulla trapunta. Apro le White Pages, codice NYDEX. Cerco gli Smith, sull'isola ce ne sono da pagina 859 alla 864. Poi attaccano gli Smitham, non che per questo ci s'affranchi dall'anonimato. Poi Bands, poi Banks, manco sto a specificare quali siano più numerose, o più immolate al Dio $. 911, mezza pagina in rosso, l'ossessione americana alla sicurezza ingiunge compulsazione senza fallo. Sicurezza è anche depennamento di voci in bilancio, ed infatti niente furti d'appendini, sono incernierati al tubo dell'armadio. La mattina dopo, declamo al microfono: it is a strong view, that sounds, too. Si, suona, ed è forte, quella vista lì che vedo dalla finestra. Suoni, solo l'ininterrotte sirene d'autoambulanze, chè - sul retro - gl'altri rumori non filtrano. Strong, da la misura dell'europeo. Meno contrasti, meno asprezze, da noi.
Eccomunque, sono le settemezza. The city weak up pateticamente chioso al microfono della telecamera.Giust'un attimo per sottopormi alla forca caudina del baldacchino in rosso, invadenza di marciapied, di sotto. Attrraverso la strada, il New York Times costa 60 cents. Settantacinque il Wall Street Journal, mentre The Voice è free. Tutt'il mondo è paese: "free" come dire esaurito, inutile infilare la mano nel plasticato vano. Dove sono io, Central Park s'offre a muraglia, e sotto furgoni - anche loro rantolano -mentre io sottostò al don't walk. Prima del parco, policromo liberty m'attrae sulla parallela. Casa di Frankstein, fosse pelle guglie e non pello squadrato pastello. Mariner gate, essono nel parco. Le dure ombre del primo mattino, sull'asfalto la segnaletica anni settanta, allora c'entravano in automobile. Adesso solo nelle viscere, illusione d'isolamento del Co2. Guardo a nord, ho il lago davanti. Torri sovietiche, se volgo il capo a sinistra. Azzurre abbandonate macchine di polizia, tra le frasche alle mie spalle. No dogs allowed, la scritta mi conforta sulla destra. Grazi - sic, senza "e" finale - m'esclama frattanto un podista, grato d'avergli concesso precedenza e scoprendomi fisiognomicamente italiano, nonostante la barba senza baffi, alla Abramo Lincoln. Ancora più a destra, il Gugghenheim. Spirali bianche col cioccolato dentro, peccato che la porta girevole, prima delle 10 AM, non giri. Epprima goticheggiante chiesa, concerto jazz alle 5 PM. Eppoi. l'Accademia Nazionale di Disegno. Davanti, un cassonetto della spazzatura che neanche un vagone merci della Panamerica. Altro museo,m occorre riattraversare il parco. Stendardo come vela rossa d'un vascello, i Codici di leonardo al Museo di Scienze Naturali, il mio albergo è lì vicino. Ancor più vicina, la scritta nell'iconcella d'una chiesetta. Truth like surgery, hurts but cures, c'è scritto proprio così, e la città è quella giusta. Altra scritta, stand pipe. Tappo rosso, catenelle, corpo in oro ch'è più smorta ocritudine. Sempre meglio dell'idrante, nero/cappuccio argento non lo credevo. Orme di cavallo, il parco è ancora lì. Glutei di cicliste col caschetto, stretching effettuato a bella posta. Busto di Mazzini, sta tr'il verde e il marrone. Contrastate striature nel cielo, vettorialmente - contraddicono lo skyline degli skyrapers - incongrue. I primi scoiattoli, mimetici sul fogliato terriccio. Un piccione, imperdonabuile intruso. uomo/codino/gambe alla Budda loro intrattiene sulla nera taglientem roccia. Palazzo di quattro piani, cartapecora sospettabile squallore, ma sono già a sud. Tutto a 10 $ scritt'in verde, bus rosso/mozzati a Times Square, solo un pò di giallo. Poliziotti a cavallo elmett'azzurri. Autista mezze maniche sul bus, prima taglia WASP nel melting pot. Carlinga British Airways sopr'il marciapiedi, le Torri un po' più in giù. Si, c'erano ancora. Cinesi al Toro di Walll Street, tannti anche sul boat. Gabbiani retrocedono al vento, sullo sfondo ancora le Twin. Banchina soffittata sotto La Statua, pare il Ponte di Madison County. Push tape to signal for stop, l'avreste detto che sono di nuovo a terra, direzione nord in un bus? 2$ inital charge, meglio non incappare nell'impietoso forfettario del cab. Pupazzo cornuto avanti Bloogmendale, manco l'avesse immaginato Achille Campanile. Sono sull'Empire, ferrei becchi di cigno a respingere gl'aspiranti suicidi. I like that, un crasso vocalico sgrazìo, sono stufo di sentirlo. Met Life, io lo ricordo come il grattacielo della Pan Am. Temple of Diana, il kitsh rasoterra all'Empire, mta una fire station e la bandiera a stelleestrisce. Greenwich, Blu Note, anche se qui tira il rosso. baldacchianto pianoforte all'entrata, il kitsh continua. Bleeker Bob's Records; House of oldies rare records, chissà se ci sono ancora, lì vicino. Mobil, regular 1,84$ pro gallon, primo distributore in cui m'imbatto. Restaurant Provenzano, impudentemente su di una grigia facciata. tanti furgoni alla SWAT, sol che consegnano posta. Il ponte di Brooklin, guai a superare la linea spartitraffico, se si è pedoni e s'esorbita nella ciclabile. Linea 10, si torna a nord. Museo di scienze naturali, colonne arrossate come a Pompei, Bisanzio o Micene. Domenica pomeriggio alle 6 PM, si entra free. Slolo camicia, altrimenti se ne sudano sette. One is born, one dies, the land increases, l'ammonimento sopra porta, siamo cenere e ad essa ritorneremo. Studenti delle Belle Arti acquattati, da noi così tanti non succede. Uno tocca le labbra d'una scultura assira, dimensione parafango d'una Cadillac. Dinostore, loro non si vergognano di chiamare così il punto/paccottiglia. Un visitatore - orecchie appuntate come Mr. Spack - suona il sakuciaki. Our place in nature, fosforescente diorama che un po' recupera orgoglio, dopo il discorso One is born, one dies, the land increases. Poi la pleonastica asserzione: humans are vertebrate. A ribadire relatività: Life on Mars? tutte cose scritte sopra vetrinati reperti, o simulacri di. Cetaceo incombe da soffitto, oh my god eccheggiano, radi ou riconducono a primigenia britannica compostezza. Uscita laterale del museo come castelletto irlandese, di fronte ci sta il mio albergo. La mattina dopo, TIR sin nel cuore della città. cattedrale di S. Patrizio, guglie come neolitiche stalattiti dentro suore in poltrona guardano TV. bandiera americana, timpani coperti, monitor sin sulle colonne. Carnegie Hall, mero termitaio, non sapessi cosa s'anima dentro. Ray-ban a 49 $ e novantacinque, l'aereo oltr'il muro.
Claudio Trezzani
| inviato da il 16/3/2006 alle 19:30 | |
4 marzo 2006
jaune, noir, ou rouge?
JAUNE, NOIR , OU ROUGE?
La Forma deve seguire il Contenuto?
E deve, la Forma, stare sopra o sotto il Contenuto?
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio.
E adesso elucubro sul colpevole
Vedete? ci sono i colori giusti.
Parlo di un assassinio e c'è il noir
Però l'intreccio va verso il giallo, e metto anche lui.
E siccome tutte e due le cose sono nello stesso racconto, metto sia il giallo che il nero.
E' più la componente noir o quella giallistica, qui sopra, quanto a Contenuto?
No, dico, serve saperlo, perché s'intreccia colla domanda della riga 2.
Ipotizziamo che la Forma debba stare sotto il Contenuto.
Bene, fatto
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio.
E adesso elucubro sul colpevole
L'intreccio è di un giallo, ed infatti è il colore che ho messo, sopra.
E lo sfondo?
Non dovrebbe importare, perchè attiene alla Forma.
Come i caratteri, anche loro meri utensili grafici, e dunque dovrebbe seguir Convenzione.
Che vuole bianco lo sfondo e neri i caratteri.
Però in:
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio.
E adesso elucubro sul colpevole
oltre al giallo ci voleva anche il nero, perchè è un poliziesco con allegate truculenze.
Epperò il nero è andato sotto, nello sfondo che è il posto della Forma.
Che la Convenzione vuole bianca, lo sappiamo già.
Col postulato della riga 2, non ci siamo.
D'altronde, non mettere entrambi i colori, non si poteva.
Questione di Contenuto, ma il guaio è che abbiamo detto che deve stare sopra.
Oppure si può dire che il Contenuto può stare sia sopra che sotto, ma allora dov'è finita la Forma?
Che sarebbe la Forma della Forma della Forma, perché qui anche il Contenuto è Forma.
Eccomunque, anche se facciamo finta che la Forma non esista, rimane un problemuccio.
Perché si, possiamo stabilire che il Contenuto sta sia sopra che sotto, e allora in
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio.
E adesso elucubro sul colpevole
tutti e due i colori contenutistici sono al loro posto.
Mmmm, non abbiamo risolto mica tutto!
Occorrerà pure stabilire una gerarchia tra le due componenti dell'intreccio, e accordle ai colori.
Questo, si può fare.
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio.
E adesso elucubro sul colpevole
Vedete la variazione?
Ho deciso che il contenuto predominante debba stare sopra, e così è stato.
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio.
Scritto così perché lì c'è l'accenno al macabro
E adesso elucubro sul colpevole
Qui il giallo è sopra perché diventa una cosa da pensare con pipa.
Tutto risolto?
Ennò, che credevate?
Perchè non c'è solo il giallo e il noir e noi qui siamo abbiamo solo il sopra e il sotto.
Faccio per dire:
esseccimetto l'erotico?
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio, e la vittima è stata trovata nuda.
Eh, come la mettiamo, adesso?
Dove, lo mettiamo, l'erotico?
No, dico, abbiamo solo il sopra e il sotto; abbiamo solo il nero e il giallo, e qui ci vuol l'erotico.
Che vuole il rosso, e qui non ci sta.
Si, potrei pure scrivere
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio, e la vittima è stata trovata nuda.
ma sarebbe un compromesso.
Perché nella parte in rosso su bianco c'è pur sempre la parola vittima che tiene legata l'espressione ai doveri di giallo e nero.
Vabbe', potremmo circoscrivere vittima all'ambito noir, e verrebbe fuori così:
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio, e la vittima è stata trovata nuda
Completo verrebbe:
Ora faccio apposta a dire che c'è stato un assassinio, e la vittima è stata trovata nuda
E adesso elucubro sul colpevole
Cheppoi è venuto fuori un brutto polisindeto, con quelle congiunzioni copulative lì ("e" ; "E").
Cheppoi copulative andrebbe scritto così, e non si finirebbe mai.
Io però finisco qui, grazie d'averlo implorato.
Claudio Trezzani
| inviato da il 4/3/2006 alle 19:5 | |
19 febbraio 2006
A & A
A & A
La mail.
Ragazzi, è impegnativa quella a qui.
Mica sono Leopardi, io.
Io era io diceva io credeva, lui scriveva.
In quell'epoca lì - e non solo a Recanati - un maschio che coniugava la prima persona singolare indicativo presente con terminazione a, ci stava. Quantomeno, lo capivano.
Ecchecentra Leopardi colla mail?
C'entra che è la mail, per i più.
I più, a dispetto del dizionario inglese.
Che dice: mail è neutro.
Lo è davvero in Rete?
No, davvero.
Troppe femmine, e non che non gradisca.
Ecco, è questo che fa dire la mail.
Cioè, ne scriviamo anche noi maschietti, di missive di posta elettronica.
Epperò, mica chattiamo come le femmine, nella rete.
Scusate il minuscolo, della rete, ma è difficile irretirmi, lì.
Anzi è facilissimo, il beota sono io.
Vedete, si finisce sempre in a, o della femminea preminenza vocalica.
In Rete, evvedete che me l'avete strappato, il maiuscolo.
Mica tanto strappato, poi.
Che hanno più blog, loro, è un fatto.
Che ci ricamano su, altrettanto.
D'altronde, storicamente, sono proprio loro a detenere il primato di ago & filo.
Che poi si, le filo.
Eccome, se le filo.
Mi supera solo il vescovo di Terni.
Mi riferiscono sia sua consuetudine così principiare le sue omelie:
Care sorelle e fratelli.
Colto il grassetto, vero che lo avete?
Dice "sorelle" prima di fratelli, il vescovo di Terni.
S'erge contro invalsa consuetudine, il vescovo di Terni.
Fa bene, secondo me.
Attiene ad essere Cavaliere.
Ma per davvero, però.
Claudio Trezzani
| inviato da il 19/2/2006 alle 18:40 | |
1 febbraio 2006
avere naso, all'insù
Aveva naso, Lirterico. Anche raffreddore, cronicamente. Dunque, aveva naso, ma non aveva fiuto, Lirterico. Eccel'aveva all'insù, il naso. Ce lo metteva, all'insù, cioè. Lui, sarebbe stato all'ingiù, da nasus aduncus qual'era sagomato. Lirterico però - e le sue vertebre cervicali mica erano contente - lo metteva all'insù, perchè era lì che gli piaceva guardare. Nenche la sua fidanzata - se è per questa - era contenta. Lo apostrofava, Bristilla: in sù per insù, almeno quello che dico io, quando voglio io. Invece no, Lirterico: quando guardava all'insù, quello guardava giù. Insomma: avere il naso, è da tutti. Togliere l'articolo determinativo, solo chi ha fiuto. Metterlo all'insù se non lo si ha all'insù, poi fa male il collo. Tenerlo all'insù mentre quell'altro guarda giù, poi Bristilla s'arrabbia. Del resto, mica era astronomo, Lirterico. Manco gastronomo, con quel raffreddore lì. Annusatore però si, nei ritagli. Tra un raffreddore e l'altro, anche dei ritagli. Eggià: non sarà astronomo, gastronomo, e quando guarda in sù quell'altro guarda giù, Lirterico Però i ritagli, nei ritagli, gl'annusa. Gli rimane solo quello, dei libri. Il testo, non capirebbe. Le foto, come fa, se guarda all'insù? L'odore, quello si, nei ritagli. Dei ritagli, se hanno strappato. In biblioteca, furtivamente capita. E capita pure una bambina, giù da quella dei ragazzi. Dice: ne posso prendere cinque, anche se non li leggo fino in fondo?. E' nel tuo diritto di bambina, chiosa l'addetta. Ma c'era anche Lirterico, che dovette intervenire. Si, puoi non leggere, anzi devi. I critici lo fanno già, ma non è solo per questo. Bisogna annusare, invece. E ritenere, inopinionisticamente. No, dico, anche al cinema (esperimento/pilota in Germania) sono arrivati gl'odori, e non li vogliamo inventariare, in biblioteca?!. Funzionerebbe così: la gente annusa, poi soffia. Uno spirometro sul bancone/prestiti, tipo quello alcolemico della Stradale. Uno si fa dare il libro, lo annusa, poi soffia. L'umore inalato si fonde con quello esalato, ed è subito Bibliolfatto. La banca dati degli odori, eccipenseremo per quella del tatto. Altro che memorie neuroniche, tutta roba che transeat, e se tranfiat la joint venture non c'è più. Niente iride cristallino cornea, e nemmeno ipofisi midollo cervelletto. Solo seno meato vestibolo, coi libri. Il naso, insomma. Eppazienza se quello di Lirterico guarda all'insù, proprio lui che ha detto alla bambina che ci vuole in giù, coi libri. Certo, uno dice: se guarda all'insù è sognatore, il tipo che ci vuole per riempirli i libri, anche se dice agli altri di annusarli e basta. Bristilla, però, non è d'accordo. Quella volta là, in campagna, era quell'altro di Lirterico a guardare all'insù, dunque tutto bene, anzi mettiamoci la p. Poi però mise all'insù il naso, e disse: guarda c'è nebbia - poco prima c'era stata ...rugiada - ma sopra si vede il sole. Poco dopo si vide il fosso, anzi umidamente si sentì. Stava guidando, Lirterico. Aveva ragione, Bristilla. C'è un tempo per il naso all'insù, e uno per quell'altro. Basta alternare, è una questione di tempistica. Che poi nei libri queste cose qui ci stanno scritte. Epperò, i libri, meglio annusarli.
Claudio Trezzani
| inviato da il 1/2/2006 alle 19:18 | |
30 gennaio 2006
il tempo dei buchi
E' "brutto" il tempo in cui si bucherella? Appendetevi pure, alle virgolette di "brutto", qui s'ha da gigioneggiare con dinoccolo. No, non binocolo, eppoi ci sarebbe una "c" di troppo. Appendentevi pure, alle virgolette di "c", qui s'ha da gigioneggiare con dinoccolo. Si, "dinoccolo" quell'andatura spensierata che ....ma appendentevi pure, alle virgolette di "dinoccolo", qui s'ha da....Insomma basta. Anzi, ancora due cose da spiegare: le zampette e i bucherelli. Le zampette ai lati di brutto, perchè il corsivo sarebbe stato serioso, e qui s'ha da gigioneggiare con dinoccolo (eppoi al corsivo non ci si può mica appendere, con noncuranza ondeggiando). I bucherelli, del tempo in cui si fanno. Ed è "brutto" - appendetevi pure, alle... - il tempo in cui si fanno? Tendenza prevalente dei metereologi è considerarlo vox media, quel tempo lì. Col piovoso nebbioso soleggiato, sono manichei, loro: i primi due belli l'ultimo brutto. Col nuvoloso, le scuole si divaricano...ma col nevoso? Ecco, ci siamo arrivati: è "brutto" - appendetevi pure, alle... - il tempo nevoso? Si potrebbe scindere: non "è" - appendetevi pure, alle... - brutto, ma "fa" - appendetevi pure, alle... - brutto. Cioè: lo spettacolo è bello, anche se il disagio deambulatorio è brutto. E che c'azzeccano i bucherelli? Questa è una mia invenzione. Mancando il badile, ho usato la scopa. Resistendo l'erica, mi sono avvalso del manico. Anzi, facciamo resistere la saggina, così non s'ingenerano equivoci. E col manico ho bucherellato. La neve in cortile, che poi dal balcone sembrava un gruyere. Cheppoi non è vero che ha i buchi, e allora facciamo un colabrodo. Cheppoi non ce l'avevo in casa da colare e allora ho usato una Coca. Comunque, i buchi nella neve c'erano. Tante scopate, anche senza l'Erica e la Saggina (si, vi ricordate quella della terza B che si dava tante arie?). Risultato buchi. A interrompere il reticolo di cristalli di ghiaccio; a propiziarne la resa dei residui. E funziona. La mattina dopo, altri buchi tra i buchi. Cioè, l'ho immaginato, visto che buco + buco fa niente. No non "fa" - appendetevi pure, alle.. - niente: è la somma che genera sottrazione. E adesso lo consiglio: se nevica, fate i buchi col manico della scopa. Se invece scopate erica, la saggina non se n'accorge. Ma questo non c'entra, anche se s'inserisce. Eppoi non è sempre vero che buco + buco fa niente, perché non tutti i buchi sono contigui. Qualcuno in cortile aveva conservato la sua qualifica di buco, e dunque si vedeva distinto. Ecco, adesso lo sapete: se quando nevica fate dei buchi in cortile - ce l'avete la macchina in garage, no? - col manico della scopa, la mattina dopo un po' buco + buco fa niente, è la somma che genera sottrazione; un po' buchi non contigui, che conservano la loro qualifica di buco. Che poi - quelli lì non contigui - a uno viene voglia di colmarli, sono lì apposta. Io colmarli no, sennò ero daccapo (non uscivo dal garage), ma un gabbiano si. Me l'ha detto la portinaia, è successo la mattina presto. Selettivamente depose, disegnando. Un rametto in un buco, un fiore in un altro. Avete presente oltreoceano, i supposti pittogrammi che si vedono solo dall'alto? Ecco, quella roba lì. Buco saltato per buco colmato, aveva composto una scritta, il gabbiano. Salite con me al primo piano, volete? Ecco, qui si vede meglio. Potete leggere da soli, adesso, il messaggio per me dal gabbiano: esse...ci....e....emme...
Claudio Trezzani
| inviato da il 30/1/2006 alle 18:10 | |
25 gennaio 2006
manufatti antefatti fatti
L'AMBIENTAZIONE
Sopra lo schermo – si, questo schermo – quadri. Sotto, un tavolo (arduo schivare l'abbinamento). A sinistra, la porta/finestra, semicelata da un bianco tendone. Il sole, a ore tredici. A destra (indovinate poggiata dove), la stampante, luce rossa d'insufficiente inchiostro lampeggiante. Ruotando il capo (guardate che vengo a controllare) di ulteriori 20°, un armadio. A muro, ma solo nel senso che vi è addossato. Dentro, non ve lo dico. Parete opposta alla porta/finestra, uno specchio. Tutt'intorno, ancora quadri. Margine destro, armadio a mezz'altezza. Sopra, coppe. Qualche altro grado di rotazione (lo so, ora il collo vi duole) e troverete una porta, sotto lo stipite superiore una barra di sollevamento. Uno scricchiolio di vertebre cervicali, la cosiddetta coda dell'occhio impegnata, edd'ecco apparire un mixer multipista. Stretching all'ingiù pel collo, il mento a toccare il petto, effate in tempo a vedere una panca da pianoforte, sopr'un linoleum che copre un parquet, precauzione da pittore.
Finito.
Eccivoleva proprio?
Non direi, mica era un antefatto.
Semmai, dei manufatti.
Eqquì contano i fatti, mica la cornice.
Cheppoi, a non vederla del tutto, la cornice, meglio ancora.
Così uno se l'immagina come vuole.
Si, d'accordo, anche così rimane spazio di raffigurazione.
Ellecidì – per esempio – o cierretì, lo schermo?
Nature morte o ritratti, i quadri?
Essè ritratti, figure intere o mezzi busti?
Essè figure intere, vestite o nude?
E il tavolo, mogano o palissandro?
Anche ve lo dicessi, non conterebbe, mica era un antefatto.
Semmai dei manufatti, eqquì contano i fatti.
Cheppoi, anche a volere i manufatti, tutto è relativo.
Ricominciamo da capo, e ve n'accorgerete.
Sopra il quadro, schermi. Sotto, una porta finestra. A sinistra, la stampante, semicelata da un bianco tendone. Il sole, a ore tredici. Et cetera, continuando rotazione di soggetti e complementi di luogo.
Minore probabilità, inalterata la possibilità.
Sopra il quadro schermi, se riflettenti, succede in un servizio fotografico di still life.
Sotto una porta finestra, possibile se è un sito archeologico, e il custode ha bisogno d'un pertugio per scendere giù.
Stampante semicelata da un bianco tendone, se si è in procinto di trasloco.
Ecco vedete, tutto è relativo.
Tanto vale non metterci niente, allora.
Oppure lasciare i puntini, eppoi piazzarci una lista d'appoggio.
Riproviamoci.
Sopra lo [...] [...]. Sotto, [...]. A sinistra, la [...], semicelata da un bianco tendone. Il sole, a ore tredici.
Come vedete, la costante è solo il sole.
Ettolemaici o copernicani, fate pure voi.
Unico vincolo, il predefinito genere dell'articolo determinativo.
Ma colla lista d'appoggio, potete sceverare:
-
il rapanello
-
la rava
-
Enrico Rava
-
la Rav
Eppoteva anche essere:
-
il campanello
-
la fava
-
Nunzio Fava
-
la tromba.
No, veramente, la tromba andava sotto Enrico Rava, anzi a contatto della sua bocca di provetto jazzista.
Comunque, ora potete riformulare:
Sopra il rapanello, la rava. Sotto, Enrico Rava. A sinistra, la Rav, semicelata da un bianco tendone. Il sole, a ore tredici.
Oppure:
Sopra il campanello, la fava. Sotto, Nunzio Fava. A sinistra, la tromba, semicelata da un bianco tendone. Il sole a ore tredici.
Il difetto, lo so, è negli incisi.
Perché < - si, questo schermo - > lo posso aggiungere solo nell'ipotesi A, d'ambientazione.
Cheppoi, anche questo è sbagliato.
Si, niente coup de theatre.
Anche voi c'avete lo schermo, ma il questo vostro non è il questo mio, e scusate il corsivo.
Sapete, facevo per coinvolgervi.
Ci sono però altri modi.
Le barre a codice, magari.
Mettete che v'interessi ordinarlo, lo schermo.
O sapere quanto costa, il quadro.
Eccelavete lo scannerino colla lucetta rossa, a casa?
Bene, procedo:
Sopra lo IIIIII3645, IIIII6543. Sotto, IIIIII9327. A sinistra, IIIIII6455, semicelata da un bianco tendone. Il sole, a ore tredici.
Funzionato, la macchinetta?
Si, lo sapevo: Fava non si vuol far scannerizzare, e Rava è indeciso sul chachet a serata.
Vabbe', vorrà dire che ripiegherete sugl'inanimati.
Eccomunque, non importa.
Mica erano antefatti, eqquì contano i fatti.
Mi alzo dalla sedia, posso?
Unico fatto, ecchiseneimporta della cornice.
Claudio Trezzani
| inviato da il 25/1/2006 alle 8:56 | |
22 gennaio 2006
il pelo
Una manciata di chilometri da Lodi. Un mulino, anzi ex. Gialle, le pale ormai insgocciolanti. Verso l'ocra il fabbricato che le racchiude. Algido monolite, il capannone che vi si propaggina. Eppure, dentro, la vita. Vite dentro, nell'atto di pianificare. Giovani coppie, vogliono dare il tocco d'esotico al construendo nido. Tocco d'esotico, un tanto al chilo. Poco, al chilo, miracolo della delocalizzazione. Un pezzetto d'Oriente nel piatto mezzo della Bassa, insomma. Stavo per dirvi il nome - del mobiliere - ma mi trattengo. Comunque intrattiene rapporti, lui. Colla Cina, coll'Indonesia. Quelle scritte lì, sui barrati talloncini, le leggiamo anche all'iper. Qui però c'è l'atmosfera. Percorso guidato, le luci al neon s'intersecano con i paralumi d'ambiente. Altra temperatura di colore, soprattutto se a reggere la tela è il bambù. Altra suggestione, il contienioggetti. Lo chiamo così io, squallidamente. Tradendo sua intrinseca poesia, che è quella di luminosamente malcelare papilliferi incartati parallelepipedi. Cioccolattini, insomma, entro tessile reticolo di marino intrigo. Magari lo trovi anche all'iper, eccosì il mio strologo prima del punto arrossisce. Percorso guidato, purtuttavia. Uno passa dai soggiorni alle camere, eppoi alle cucine. Più una roba di suppellettili, che d'estesa mobilia. Direi del bell'oggetto, non mi sonasse leziosa l'espressione. Percorso guidato, o del modo d'innalzare quello che vedi, se sorretto da sorniona cornice. Questo però non me l'aspettavo, tra le cucine. Tromba d'Araldo, e se volete – si, che lo volete – vi risparmio dissertazione sull'assenza dei pistoni riparametrato allo sviluppo della ritorta. Tromba d'Araldo, parente prossima della Tromba di Richiamo. Pei cani, chè alla volpe suonava all'incontrario. Si, questo ottonico baluginio l'avevo già visto, località Val Grassa. Caccia alla volpe, trenta anni fa. Giacche rosse, pantaloni bianchi, stivali neri, anche se il nostro verde è più paglierino di quello albionico. Caccia alla volpe, trenta anni fa, anche a Lodi. E lo squillare, della Tromba d'Araldo. Il baluginare, più ancora. Il pelo, molto probabilmente. Ci rimase attaccato, nella concitazione. Anche un trombettista può essere disarcionato, e rimaner coinvolto nella trico/animalità. Così allora, e non pensavo ne rimanesse traccia. Eppure la presi in mano, quella Tromba d'Araldo lì. Incredulo dopo aver decifrato il cartellino. Troppi pochi euro per un'istrumento. Manco avessero otturato il conduttore d'aria, a deprezzarne inprestazione. Eppure si, era in vendita, insieme al resto. E c'era, il resto. Il pelo, era il resto. Bianco grigiato striato d'inchiostro. Fosse di volpe, mia basica zoosofia non mi permise d'appurare. Eppure si, era quello lì. Che fosse transitato in China, made in, non quadrava. Loro, li fanno ex novo, anche se non lo sanno. No, nonsopperchè, ma quella Tromba d'Araldo lì era la stessa di trenta anni addietro. Quella della caccia alla volpe, improbabilmente lodigiana. La toccai ma non la colsi. Il cassiere, non avrebbe capito.
Claudio Trezzani.
| inviato da il 22/1/2006 alle 18:50 | |
20 gennaio 2006
Il Correttore
Se sensori devono essere, siano almeno antifumo. No, dico, avete visto che sia Il Tautosillabico che La Carta m'hanno esortato ad esplorare nuove (interattive) vie, sul, foglio? E allora, se sensori devono essere, siano almeno antifumo. No, dico, qual'è il peggior nemico della carta? Il fuoco, nella sua declinazione roguale, in tempi di censura termicamente manifesta. E allora, preveniamolo per tempo, il pericolo. Poi ci metteremo la servossistenza allo scorrimento pagina (come auspicavo la funzione è d'uopo s'attivi ogniqualvolta la scansione dell'iride rivela fastidio alla lettura) e chissà cos'altro rappresenti ulteriore allettamento sensoriale a chi ancora s'accosta all'obosoleta cellulosa. Essè sensori devono essere, siano almeno certificati ISO 9001. No, dico, non so se avete presente: un sensore antifumo deve essere proporzionato al volume dell'area che deve sorvegliare, ragionper cui l'adozione dei parametri UE rende intuibile la constatazione che ne bastano di piccolissimi, sui fogli, di sensori antifumo, per monitorare il pericolo. Scongiurato questo pericolo qui, potremo pure...
Din! Din!
Scusate, sto ricevendo un' email... mi assento un attimo [l'attimo dura solo sino alla riga sotto, ndr].
Ah, ecco, dopo la sorprendente email ricevuta da ifonemi@nellaria.sbuff, finalmente una missiva di posta elettronica proveniente da una entità in carne – quella dell'indice destro - & mouse. La riporto subito qui sotto, perché – guarda caso – concerne proprio l'argomento che stavo trattando.
From: <algimiro.brisgitto@tim.im
To: <bargerico@tiscali.it
Sent: January 20, 2006, 7,38 PM
Subject: negletti attori
Si, continua pure -autore – a trastullarti in sterili sofismi, oltre ad intrattenere gl'Oggetti/Soggetti della scrittura, loro che dovrebbero solamente servire, anziché intrudere. E non hanno un nome e cognome, loro. Al contrario di me, Algimiro Brisgitto, di professione Correttore di Bozze. Soppiantato, anzi. Da algidi algoritmi. E stupidi, anche. Si sono sicuro che hai provato, magari anche in questo foglio. Volevi controllare che tutto fosse a posto? Avrai cliccato sopra “abc”, con sotto l'onda rossa del mare. E cosa avrai ottenuto, eh, dimmi che cosa?! Nient'altro che una insulsa sequela di purpuree cunette, decisamente più numerose della bisogna. Si, insomma: è stupido il Correttore Ortografico. A parte che non so da quale vocabolario abbia tratto: basta una men che desuetudine a renderlo irrecognito ( e sta sicuro che questo “irrecognito” me lo borda subito di rosso, sotto...). Eppoi non conosce costruzioni irregolari, licenze, lingue straniere, dialetti... ecc'appunto (si, intervieni pure...), è ottuso lui. Non si pone problemi, li ruisolve per interpiosto software. Ecco, tu sarai pure l'autore, ma io sono quantomeno l'attore – soggetto attivo, consapevole, dello scrivere – mentre il Controllo Ortografico è un pallido simulacro delle mie capacità, e stimo non dovresti avvalertene.
Gli rispondo qui, ad Algimiro, senza bisogno d'un inoltro informatico. ...azzo, ha ragione!Ero lì a chiedrermi cosa mettere d'altro, nei fogli, per inseguire un'alienante interattività, proteiforme ma speciosa figlia della virtualità. No, non è questa la strada, eggrazie Algemiro per avermelo ricordato. Cheppoi, la storia risale a Henry Ford I. Si, quello della Ford T: catena di montaggio = tanti operai in meno. Non più alienati, ma disoccupati, in penurica sintesi. Epperché sono convinto che occorre tornare a te, Discernente Algimiro Brisgitto Correttore di Bozze? Perché poco sopra ho scritto “penurica sintesi”. Controllo Ortografico si sarebbe impersonalmente limitato a seghettare di rosso, sotto. Tu, invece, vero che hai capito?
Claudio Trezzani
| inviato da il 20/1/2006 alle 20:11 | |
20 gennaio 2006
scartata
Non ti basto più, io?!
Ecco, scippato dell'incipit, ora mi mancavano le accorate autosessoperorazioni!
No, dico, autore, lo sai cosa ci è successo?!
Se mi spieghi il “ci”, capisco finalmente chi sei.
“Ci”, a te e me, La Carta. Ecco, vedi, ultimamente mi sento alquanto Scartata.
Scartata?
Si, esclusa, messa da parte...Ti racconto l'ultima: la Treccani regala una chiavetta di memoria a chi chieda anche solo informazioni su di una sua enciclopedia, quella ancora di me cellulosamente fatta (anche se a corredo ci sono i dischetti).
Ora comprendo: riguarda te, perché ti senti compressa dal virtuale – o anche semplicemente dal metallico – che avanza; riguarda me perché ti uso, scrivendo...eppoi anche per quell'assonanza lì, Treccani...
Si, gioca con le consonanti, che intanto io vado in depressione!
Ma dai, che più in giù del foglio non puoi andare...eppoi guarda che non c'è niente di male ad usare chiavette di memoria, anche io...
Tu, appunto: ti sei mai chiesto perché usi queste USB drive pens?
Be', per salvare le...
Ecco, lo vedi, per Bloccare Il Transeunte, anche se non si potrebbe. Sino a che c'ero solo io, nessun problema: io duro secoli, e se non mi butti mi ritrovi. Va' là, che prima d'imbrattarmi d' ink jet non sei tranquillo...perché anche la chiavetta, come il dischetto, si può smagnetizzare, io invece...
Veramente a me risulta che questi inchiostri qui delle stampanti a getto dureranno al massimo ottantanni...
E tu rivergami a mano! Dai, lo sai che mi fa piacere, e così puoi Bloccare il Transeunte, ché i ghiribizzi degl'amanuensi ci sono sopravvissuti, dal remoto allora.
Be', cara Carta, se ti fa piacere, una passatina te la posso ancora dare.
Giacché hai nominato sensazioni tattili, forse ho un'idea.
Sentiamo.
Ecco, comprende anche il “sentiamo” auditivo, oltre al tatto, quest'idea qui che m'è venuta. Devi sapere che io non sono gelosa, mi basta essere utilizzata. Cioè, vedi: fa niente, in fondo, se l'inchiostro svapora, a me basta che sul foglio rimanga io. Questo però non vuol dire che non gradisca essere accompagnata, se questo giova alla tiratura (dunque anche a me: più copie / più Me Stessa).
Si, vabbe', e allora?
Mettici i sensori, con me. (CON ME, eh? Mica ti venga in mente d'usare la mia acerrima nemica, La Pergamena, per destare sensazioni tattili!). Termici, laser, quello che vuoi tu. L'importante è introdurre interattività, nel foglio, senza intaccare la mia cellulosica funzione. Ti ricordi quando nei libri per bambini mi facevano montare su, pallido surrogato della tridimensionalità? Ecco, andiamo oltre. Sensori che captino l'umore del lettore, grazie alla scansione dell'iride. Un servomeccanismo ad essi – ed anche a me – collegati, in modo da mutar pagina, se quella vista non aggrada. Eppoi, i suoni. Si, lo so che i fonemi ti avevano scritto una e.mail, ma io sto parlando di un'altra cosa. Di suoni, da microaltoparlanti, collegati coi sensori. Altro che emoticon! No, un'azione combinata tra il sensore e l'altoparlante, con me sempr'in mezzo.
E cosa dovrebbero dire o fare, questi suoni?
Ecchenesò, io sono solo la Carta, a me preme precipuamente il non essere Scartata. Sull'interattività, sui meccanismi nel foglio pensaci tu – con calma – e poi fammi sapere...
Claudio Trezzani
| inviato da il 20/1/2006 alle 10:52 | |
20 gennaio 2006
TUTTOATTACCATO
Più tosto. A Roma direbbero: maggiormente gajardo. Ennò, meglio tuttoattaccato...
...non ricominciare, autore (ti ricordi di me, Il Tautosillabico?) ! Ti avevo appena spiegato delle precedenze & accoppiamenti a noi (noi tauto- + gl'eterosillabici) graditi, e riprendi coll'accostare arbitrariamente...
Eqqì allora urge una spiegazione, e ritorno al più tosto. Staccato, si poteva e si usava. Essì può ancora, nell'accezione avverbiale. Nello stesso senso di piuttosto, introduttore di comparazione gerarchica.
Ma tu proprio nel momento in cui rivendichi la possibilità di ritornare a vocaboli “spezzati”, mi conii Abborracciati Neologismi (Ennò; Eqquì; Essì; lo stesso “tuttoattaccato”)?
Capisco che può sembrare una contraddizione, ma io difendo gli uni e gli altri.
Qualche esempio?
Te li faccio subito, ma non prima di specificare che vedo il tutto come un processo di riappropriazione etimologica che attraverso la separatezza riconduce all'aggregazione, ma consapevole...
Allora, 'sti esempi?!
Hai ragione, scusa. Come più tosto; ciò è. Vedi, nacquero così, queste locuzioni. Dallo staccato capisci come ora si possono usare tutteattaccate (piuttosto ; cioè).
Si, insomma, vuoi dire che la nostra lingua si è evoluta in senso teutonico.
Non esattamente: nell'idioma tedesco l'unione di lemmi che da noi darebbero origine a distinti articoli di vocabolario ha una connotazione di concisione (nel paradosso dell'unione) funzionale, mentre la nostra recente tendenza a fondere occhieggia più al fonetico...
...”occhieggia al fonetico”, di pù stupidade, autore! Piuttosto – ops, scusa: “più – tosto” - ammetti che col linguaggio siamo ormai alla frutta, né i tuoi patetici Abborracciati Neologismi sortiranno l'effetto di rivitalizzarlo!
Proprio per questo che - accanto ai miei patetici Abborracciati Neologismi - mi sforzo di non perdere di vista le origini, chissà mai il processo non sia circolare...Prendi eccetera: sarà mica eufonica, una parola così?
E sei tu a parlarmi di eufonia, con i tuoi Eqqì, Ennò, Essì, Tuttoattaccati?!
Touchè, in pieno petto! Cercavo però di dire che eccetera è un esempio di mutazione che non trovo particolarmente felice, e visto che la sua abbreviazione – etc – ci riconduce alla radice latina, tanto varrebbe tornare ad et cetera...
...interpretazione – la tua, autore – capziosa & peregrina. Piuttosto – ops, “più – tosto” - sono d'accordo con te a proposito di tutte quelle parole che furono italianizzate a forza – da coevi idiomi esteri - qualche decina di anni fa, vere mostruosità all'orecchio.
E questo ci condurrebbe ad un discorso specularmente limitrofo, quello dell'adozione d'espressioni estere anche in presenza di vocaboli ad hoc già presenti nella nostra lingua.
Be', autore, questo è dovuto al fatto che in taluni casi l' “addocchitudine” del corrispondente italiano era tale solo in apparenza, ché nel modo straniero – prevalentemente anglosassone – la connotazione era designata da precisa funzione là nata, sulla scorta di dinamiche socio-economiche.
Hai, ragione, caro Tautosillabico. E hai ragione anche sul fatto che siamo alla frutta, ed a nulla valgono i miei Abborracciati Neologismi. Qui, insomma, bisogna inventare qualcosa di nuovo andare oltre i contenuti...
Frena, autore, tu che al massimo sai andare oltre ...i margini, con il comando “giustifica” che non sei capace di usare. E anche quando occorre andare oltre i margini – testuali – fallisci: prova ne sia il fatto che non hai saputo neppure mettere il numero alle pagine...comunque si, concordo sul fatto che occorrerebbe andare oltre i contenuti...
...Su questo ho un'idea: che ne diresti di una fetta di prosciutto incellophanata?
Non è tua, quest'idea, autore. Occorrerà piuttosto – scusa, “più – tosto” lavorare su altri allettamenti sensoriali...
...qualcosa di termico, di sonoro?
Tu pensaci – autore – e poi fammi sapere...
Claudio Trezzani
| inviato da il 20/1/2006 alle 8:16 | |
|